Petrini: «I giovani possono salvare (e salvarsi con) la terra»

In un recente articolo pubblicato su Repubblica Carlin Petrini, fondatore di Slow Food, tocca quegli stessi temi trattati dall’incontro “Da terra marginale a terra originale”, ovvero l’importanza che i giovani siano messi nella condizione di riappropriarsi della propria terra. Con la consueta chiarezza Petrini pone all’attenzione del lettore alcuni dati che sono sotto gli occhi di tutti e che inducono ad andare in una direzione ben precisa.

Facendo un parallelo con l’invecchiamento del sistema dell’universitario francese, di qualche decennio fae  parlando della nostra agricoltura Petrini afferma che «è più o meno in quella situazione: ci sono pochi operatori, con un’elevata età media, con culture legate ai decenni passati e poche prospettive di futuro, quindi scarso carburante per il presente. A questo si aggiunge un dato che sgomenta: la disoccupazione giovanile veleggia intorno al 37%, e quella complessiva si attesta all’11% appesantendo destini ed esistenze individuali e familiari, e sostanzialmente sprecando un tesoro di intelligenze e potenzialità».

La logica conseguenza parrebbe incrociare domanda e offerta, includendo, aggiunge Petrini, «quei quarantenni e cinquantenni che stagnano da anni in cassa integrazione o che si ritrovano senza un lavoro fino a poco tempo fa considerato “sicuro”».

Non è facile ma qualcun ci sta provando e Petrini utilizza a suffragio un esempio locale: il Consorzio di Valorizzazione e Tutela del Porro: «La domanda di Porro di Cervere cresce, la produzione non è sufficiente, tante persone in paese sono senza lavoro. I produttori del consorzio avrebbero potuto semplicemente aumentare le loro produzioni, affittare o acquistare altri terreni, il loro ruolo di imprenditori agricoli li avrebbe giustificati. Ma si sono ricordati che prima di essere imprenditori agricoli sono cittadini, sono parte di una comunità. Sicché hanno proposto un bando per disoccupati (www. porro-cervere. cn. it/): loro ci mettono la terra e la formazione per la prima stagione, e il supporto alla commercializzazione del prodotto. Poi, dopo questo anno di prova, chi vuole continuare, chi si sarà appassionato e avrà dimostrato di poter fare questa cosa con serietà, potrà avere l’aiuto di una banca locale per avviare la sua impresa».

Questo è solo il primo dei casi concreti riportati da Petrini, il quale però, da uomo anche concreto quale è, non manca di sollevare le domande che chiunque abbia avuto a che fare con il lavoro di contadino si è posto: “cosa aspetta la nostra classe politica per ridurre una burocrazia asfissiante? Che cosa aspetta la nostra classe dirigente ad occuparsi di questo settore? A mettersi a studiare questo ambito per fare in modo che parlare di Made in Italy non diventi, a breve, un parlare a vanvera? Cosa aspettano a capire che sta lì, in quei campi, in quelle mani, in quei cervelli e in quella voglia di sudare, l’identità di questo nostro paese? Bisogna che quel mestiere torni ad essere prestigioso e soddisfacente, che torni ad essere uno dei mestieri principi verso cui l’uomo naturalmente tende, e deve avere riconoscimento a livello sociale ed economico. L’era del “vai a zappare” detto a chi non pareva particolarmente dotato per gli studi, è finita da un pezzo. Oggi a zappare ci vanno, ci vorrebbero andare, quelli che studiando hanno capito che è a partire dal cibo che si cambia il mondo, e si migliora l’ambiente, la salute, la qualità della vita di tutti. La società civile ha capito bene che, come giustamente titolava un sito di settore qualche giorno fa, è ora di “salire in agricoltura”. È ora che lo capiscano, anzi sono già in grave ritardo, istituzioni, politica e banche».

Scommettiamo che di questi temi si parlerà poco o nulla nel corso della campagna elettorale appena iniziata?

Come possiamo fare per riportare al centro della discussione anche politica il tema dell’agricoltura?

 

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